La seconda vita di Emma Pushpa

Ho incontrato lo sguardo di Emma Pushpa, una ragazza dello Sri Lanka, dallo sguardo fiero, l’ho incontrata in un meeting di arti orientali e la cosa che al momento mi ha colpito è che fosse su una sedie a rotelle, ma poco dopo l’ho vista in piedi praticare insieme con gli altri atleti e la cosa se da una parte mi ha colpito, dall’altra mi ha fatto piacere, perchè i suoi gesti lenti di pratica orinetale facevano sparire l’immagine della sedia a rotelle.

Mi sono, dunque, incuriosito ed ho scambiato due chiacchiere con lei, la cosa che mi ha lasciato senza parole è stato quando, con una tranquillità inimmaginabile mi ha parlato di una sua seconda vita; come era possibile che una ragazza così giovane avesse già vissuto una prima vita ed ora ne stava vivendo una seconda? Una domanda alla quale lei ha risposto con la tranquillità degli spiriti guerrieri e mi ha raccontato la sua esperienza.

Emma, tu spessi parli della tua seconda vita, perchè?

Parlo di seconda vita perché all’età di tredici anni, dopo tanta violenza non solo fisica, ma anche fatta di continue umiliazioni e di un sistema scolastico che certamente non ti aiutava assolutamente, parlo degli anni ’80 quando non esistevano psicologi o altre figure alle quali poter chiedere aiuto, ho deciso, dopo tre tentativi, perché avevo comunque molta paura, di gettarmi nel vuoto dal quinto piano di un palazzo, mi sono lanciata nel vuoto, cadendo da un’altezza di circa 13 metri. Mio padre mi ha raccolto e mi ha portato in ospedale, ero incosciente e mi hanno messo in coma farmacologico per alcuni giorni. Sono caduta in piedi sul cemento ed in ospedale non si sono accorti della frattura che lentamente mi stava scheggiando il midollo. Ciò che mi fa più male è non essere riuscita mai a parlare a mio padre di questo evento, per non riaprire la ferita troppo dolorosa. Sono convinta, comunque, che da lassù, degli angeli mi abbiano salvato la vita ed è stato da quel momento che ho iniziato una nuova vita. Il mio è stato davvero un gesto molto brutto, ma figlio della disperazione, in quel momento mi sembrava di non avere alternative, ero vittima del mio dolore ed ho scelto la strada apparentemente più facile. Aggiungo che come dicevo, erano gli anni ’80 e vivevo in un piccola città del nord, dove il mio colore della pelle era per me una gabbia; un non volere o non riuscire ad accettare le mie origini, perché me l’hanno fatto vivere male.

Cosa hai imparato dalla tua esperienza?

Che anche se ho vissuto su una carrozzina per circa 7 mesi, ero uguale agli altri, che il dolore non ha colore. Eravamo tutti uniti, per riuscire ogni giorno a vivere, ognuno con le proprie difficoltà, ma ero felice perché per la prima volta, nessuno, al centro di riabilitazione, mi ha fatto sentire inferiore, eravamo tutti uguali, eravamo un gruppo e ho compreso che il mio dolore non era l’unico e che la vita è un respiro, un attimo ci sei e l’altro, per una qualsiasi imprudenza o per una decisione sbagliata ti puoi ritrovare completamente con una vita cambiata.

Quale messaggio ti senti di dare a tutti i giovani e meno giovani che vivono delle difficoltà?

Se posso permettermi cambio la domanda. Il mio messaggio soprattutto per chi sta bene è che la nostra vita è preziosa. Io ho fatto un brutto gesto, ma perché allora c’era un clima molto più omertoso di quanto accade oggi. Ora i tempi un po’ sono cambiati e se qualcuno ha difficoltà soprattutto nell’ambito scolastico, divenendo vittima di bullismo o subisce violenze in casa, trova molti più luoghi dove poter ricevere aiuto, senza doversi vergognare. Il mio consiglio è anche quello di imparare a difendersi, anche con pratiche marziali, perchè per quella che è la mia esperienza, le arti marziali aiutano a rinforzare la propria autostima. Per chi è adulto, invece,è importante imparare ad ascoltare di più il proprio corpo. Per chi poi sta vivendo dei momenti di difficoltà, il mio consiglio è quello di fare meditazione e imparare a respirare. Io che ci sono passata e purtroppo sono di nuovo su una carrozzina a causa di una malattia rara, ma queste pratiche mi stanno aiutando molto.

E per chiudere come si immagina Emma guardando al futuro, Cosa vorrai fare da grande, quale progetti hai per il futuro?

Poter guarire da questa malattia rara e riuscire a dar voce a chi è invisibile. Molti hanno malattie con dolore, ma nella nostro sistema sanitario, il dolore non è contemplato e molti vivono situazioni pesanti senza che nessuno se ne accorga, perché troppo occupato a vivere la propria vita, senza accorgersi che la gente sta male, la terra sta male, c’e troppo egoismo, e questo mi fa piangere il cuore.

La vita di Emma Pushpa sembra un romanzo, il suo racconto colpisce e colpisce duro come un pugno allo stomaco, ma porta con se un grande insegnamento per chi vive in una situazione di difficoltà, Emma ha vissuto quasi 3 anni in una casa famiglia, poi in un centro sociale, ha partecipato al G8 di Genova, correndo tantissimo, non ha mai rinnegato nulla di quello che ha fatto, perchè tutte le esperienze, quelle belle e quelle doloroso sono servite a fortificare un carattere di una donna che oggi lotta contro una malattia che prova a rallentare la sua gioia di vivere. Così salutandomi ci dice che ora deve tornare a casa dove c’è qualcuno che l’aspetta, mi dice, infatti, “Ora vivo da sola con il mio gattone che è il mio più grande tesoro”

di Enrico Duratorre